Per raggiungere il campus il bus percorreva una strada lunga e tortuosa su per la montagna. Le pareti lussureggianti delle pendici delle colline inebriavano di verde gli occhi di chi, rivolto al finestrino, guardava fuori. La cittadina di Beppu, affacciata sul mare e ormai lontana, non si vedeva più.
Gli edifici del piccolo campus si sviluppavano attorno ad una piazza troneggiata da una fontana circolare. Proseguendo oltre la fontana verso est, si poteva accedere, dall’ingresso secondario, all’edificio “F”, sempre sovraffollato tra mezzogiorno e le due del pomeriggio. Ciò che attirava la rumorosa folla di studenti era un banchetto che serviva un bento[1] di karaage[2] e riso caldo, fatto in casa.
Facendosi strada oltre la folla e lasciandosi alle spalle il profumo di pollo fritto e riso caldo, si accedeva a un corridoio silenzioso. Dall’esterno la porta di quell’aula lungo il corridoio era identica alle altre. Tuttavia, bastava che la porta fosse socchiusa per notare la luce gialla e soffusa ed essere inebriati da un forte odore di legno e incenso.
Entrando nell’aula si accedeva ad un’anticamera. Da questa si ergeva una pedana rialzata, chiusa con fusuma, pannelli verticali in legno e carta di riso, che nascondevano una stanza di tatami[3]. Nell’anticamera gli studenti erano invitati a lasciare le proprie cose, togliere le scarpe, ed indossare dei calzini bianchi. Quello dei calzini bianchi, rigorosamente senza scritte e disegnini, era un dettaglio non trascurabile, pena la perdita di un punto nella valutazione finale.
L’insegnante, in posizione seiza, la seduta tradizionale in ginocchio, attendeva pazientemente che ci accomodassimo, anche noi in ginocchio, di fronte a lei. Era una donna di bassa statura ma dal portamento regale, con lo sguardo severo ed attento. Aveva studiato per anni la cerimonia del tè giapponese, ed ora la insegnava, in inglese, agli studenti universitari della Ritsumeikan Asia Pacific University, in cui, per un anno, ho studiato come exchange student (o ryugakusee).
All’inizio di ogni lezione, l’insegnante ci ricordava che ogni cerimonia del tè è “ichigo ichie”, un’esperienza unica nella vita, esortandoci così a “mettere il cuore” in ogni singola azione. Durante le prime lezioni, però, avevo l’impressione che più che il cuore dovessi metterci la testa, il corpo e soprattutto tanta tanta memoria! Ogni movimento all’interno della sala da tè è determinato da regole rigidissime: come entrare nella sala, come e quando rivolgersi all’ospite, quando inchinarsi e quale tipo di inchino eseguire, quanti passi fare su ciascun tatami e quale piede muovere prima, come prendere le bacchette per mangiare il dolcetto e in quanti sorsi bere il tè erano solo alcune delle tante cose a cui prestare attenzione, almeno finché il corpo non imparasse ad eseguirle in automatico.
In passato, ci spiegava l’insegnante, il tè era usato come medicina per le sue proprietà; nella cerimonia del tè, pur perdendo la sua funzione di medicina per il corpo, può comunque essere considerato una medicina per l’anima, dal momento che la cerimonia ha un effetto positivo sulle emozioni. Questo, spiegava, era possibile anche grazie ai quattro principi insegnati dalla cerimonia, che possono essere integrati anche nella vita di tutti i giorni: Wa (armonia), Kei (rispetto), Sei (purezza) e Jaku (tranquillità).
Dal momento che il Chado è un’esperienza unica nella vita, come detto, l’ospite mette il suo cuore nella preparazione. Sparge l’acqua sul giardino antistante la sala del tè e procede a preparare la sala. L’atto di spargere l’acqua indica una forma di purificazione, seguendo il principio del Sei. Nel frattempo gli invitati siedono fuori in attesa che l’ospite esca ad accoglierli silenziosamente. A questo punto, gli invitati attraversano il giardino e percepiscono l’armonia del luogo. L’armonia (Wa) è il primo principio del Chado lasciato da Sen Rikyu, ritenuto il fondatore della cerimonia (sebbene la storia sia più complessa). Un’altra caratteristica del giardino è la sua tranquillità (Jaku). Prima di entrare nella sala del tè, gli invitati lavano le mani ad una fontanella di pietra chiamata tsukubai. Attraverso questa azione puliscono non solo le loro mani, ma anche i loro spiriti, lasciandosi dietro ciò che è al di fuori della sala del tè e creando una netta divisione tra l’interno e l’esterno della sala. In questo modo è messa in atto la purezza (Sei). A questo punto gli invitati sono pronti ad entrare nella sala del tè, detta chashitsu. Per entrare nella sala, gli invitati devono attraversare una porta molto bassa e per farlo sono costretti ad inchinarsi. In questo modo mostrano rispetto (Kei), mettendo da parte l’orgoglio prima di accedere alla sala. A questo punto l’ospite comincia a sistemare il carbone per accendere il fuoco e riscaldare il bollitore. Questa procedura si chiama sumi-demae e indica l’ospitalità da parte dell’ospite verso gli invitati. Dopo aver sistemato il carbone, l’ospite aggiunge ad esso l’incenso. Poi serve agli invitati il kaisei, un pasto di più portate. Il kaisei riflette l’armonia (Wa) in due modi: innanzitutto deve essere incantevole allo sguardo, pertanto il cibo deve essere disposto in maniera armoniosa. Inoltre, la scelta delle portate deve basarsi su ingredienti stagionali: si esprime così un senso di armonia tra l’ospite che prepara il cibo, l’invitato che lo riceve e la natura stessa. Le stagioni, infatti, sono un elemento centrale della cerimonia del tè e il cibo e le decorazioni nella sala devono rispecchiare la stagione nella quale avviene la cerimonia.
Dopo il pasto, prima di servire il tè, c’è un piccolo intervallo in cui l’ospite apre la finestra e lascia che l’aria del giardino entri nella sala. A questo punto sistema la sala da tè per il momento di servire il tè. Particolare attenzione viene data alla disposizione dei fiori. I fiori, scelti in base alla stagione, devono essere disposti in una maniera naturale poiché devono riflettere la loro disposizione nel loro ambiente naturale. Quando l’ospite ha finito, richiama gli invitati nella stanza suonando un gong. Gli invitati rientrano e si preparano alla cerimonia del tè vera e propria.
Originariamente una sola tazza veniva condivisa dagli ospiti, ad indicare la connessione profonda tra l’ospite che ha preparato il tè e l’invitato, e tra gli invitati stessi. Tuttavia, a seguito della recente pandemia di Covid-19, questa tradizione è stata modificata. Un paio di mesi fa, una tea master giapponese, incontrata in Inghilterra, ha raccontato della sua sorpresa quando, tornata in Giappone dopo molti anni e invitata d’onore ad una cerimonia del tè, l’ospite al suo fianco non prendeva la tazza che lei, seguendo la tradizione, aveva passato. Sono rimasta colpita dal suo sbigottimento nell’assistere ad un cambiamento in una cerimonia rimasta, a suo dire, invariata per molti secoli.
Dopo il tè vengono serviti i dolci i quali, come il kaisei e i fiori, devono riflettere la natura al di fuori della sala del tè, quindi essere fatti con ingredienti stagionali. Dal momento che ogni cerimonia è “ichigo ichie” – ripeteva più volte la mia insegnante nel corso della lezione – l’ospite mette il suo cuore in tutte le scelte: tutto il cibo, i dolci, i fiori e gli utensili, come le ciotole, solo scelte tenendo in considerazione le stagioni, gli ospiti e l’occasione. Tutti gli elementi della cerimonia, dunque, riflettono i quattro principi morali attribuiti a Sen Rikyu: Wa, che indica l’armonia tra l’ospite e l’invitato, ma anche con la natura, e che conduce all’empatia; Kei, il rispetto che indica l’apprezzamento della propria fortuna e che ha spazio nella sala dal tè dal momento che i partecipanti alla cerimonia hanno lo stesso valore; Sei, la purezza del cuore grazie alla quale tutti gli altri principi possono essere appresi; Jaku, la quiete spirituale che è raggiunta quanto tutto è puro ed armonioso.
Dopo aver praticato la cerimonia sia come ospiti che invitati (in versione semplificata), gli alunni si disponevano in file, seduti in seiza, di fronte all’insegnante, e con tre inchini ringraziavano l’insegnante, la sua assistente, e i compagni.
Riprendendo il corridoio verso l’ingresso dell’edifico “F” gli schiamazzi degli studenti affamati erano ormai svaniti. Tramontando dietro le colline, il sole colorava il cielo con vene rosa, come zucchero filato, che si mescolavano all’azzurro intenso del giorno che finiva.
Il campus si stava svuotando, ma la mensa serviva ancora le ultime portate di curry e tamagoyaki; con dentro il cuore il tepore della sala da tè, c’era ancora tempo di fermarsi per uno spuntino, prima di riprendere il bus verso la baia.

[1] Bento: pranzo da asporto contenuto in una scatola
[2] Karaage: pollo fritto giapponese
[3] Tatami: Stuoia rettangolare, di paglia di riso, usata in Giappone a copertura del pavimento.






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