Scaldate l’acqua e prendete le vostre ceramiche migliori, perché continua la serie di articoli che indagano il ruolo del tè nei rapporti tra Inghilterra, Cina ed India.
English Tea: i rapporti con la Cina – Parte 1
Il commercio del tè Inglese
Le foglie di tè arrivarono per la prima volta in Inghilterra a metà del diciassettesimo secolo dagli olandesi, e solo dal 1692 le navi inglesi cominciarono ad importare regolarmente il tè in Inghilterra[1].
Da allora, tuttavia, gran parte del tè che arrivava in Inghilterra era contrabbandato. Per contrastare l’impatto economico del contrabbando,nel 1736, i commercianti di tè presentarono al Parlamento Inglese una petizione, nella quale constatarono che quasi la metà del tè consumato sul suolo inglese fosse, di fatto, importato illegalmente[2].
Ma chi, in Gran Bretagna, beveva il tè?
Come altri prodotti provenienti dai confini dell’Impero, inizialmente il tè in Europa e in Inghilterra era un bene di lusso, associato alle classi sociali più alte, e, in particolare, alle donne. Il luogo comune era che il tè, dal sapore più delicato, fosse più delicato ed adatto al genere femminile rispetto al caffè. Inizialmente il tè era dunque un segnale di status quo, di classe e di genere.
Già a metà del diciottesimo secolo, fonti del tempo riportano che il tè fosse bevuto anche dalle classi lavorative, e che facesse spesso parte dei salari degli operai[3]. Infatti, il commercio competitivo del tè tra le varie compagnie mercantili europee in Asia aveva avuto l’effetto di abbassare i prezzi. Tuttavia, perché il tè diventi universalmente bevuto bisogna attendere il Commutation Act del 1784, che disponeva un abbassamento delle tasse[4]. Grazie al Commutation Act, le tasse sul tè furono ridotte dal 119% al 12,5%. Di conseguenza, l’importo legale di tè aumentò considerevolmente; per esempio si passò da 2650 tonnellate nel 1783 a 6800 tonnellate nel 1785 [5].
Il consumo del tè in Inghilterra
L’abbassamento dei prezzi rese il tè più accessibile a tutte le classi, ma questo non basta a spiegare perché questo intruglio proveniente da terre lontane fosse diventato così popolare.
Macfarlane[6] suggerisce che furono varie condizioni a portare alla diffusione della bevanda: la mancanza di acqua potabile e l’aumento del costo della birra dovuto alle tasse sul malto.
Alan Macfarlane è un antropologo britannico, nato in una piantagione di tè in Assam, in India. Nel libro “Green Gold: the Empire of Tea”, scritto a quattro mani con sua madre, Iris Macfarlane, riflette sulla storia del tè, con un’attenzione particolare all’Inghilterra e alla storia coloniale dell’ Assam.
Un elemento da tenere in considerazione, quando si pensa alla diffusione del tè, è che l’acqua non era potabile. Al suo posto la birra era la bevanda bevuta dall’intera popolazione. Questa bevanda era così diffusa che, verso la fine del diciassettesimo secolo, metà della produzione agricola di grano in Inghilterra era destinata alla produzione di birra. Con l’aumento demografico che portò la popolazione a raddoppiare, anche la totalità del grano coltivato non sarebbe bastata a soddisfare la richiesta di birra. Poiché la birra, gli ales e i punches venivano serviti caldi, fu facile sostituire queste bevande con il tè caldo, che venne assimilato a tecniche di consumo già in uso. Infatti, se la birra riscaldata veniva servita dalla botte, il tè veniva infuso in grandi quantità in grandi recipienti e versato caldo all’occorrenza. Il tè divenne quindi un’alternativa sicura alla birra[7].
La birra veniva anche fornita ai lavoratori per sostenere le fatiche lavorative. Tuttavia, pur stimolando il corpo per poco, aveva effetti negativi, portando a sonnolenza e, sul lungo termine, impattando la salute mentale. In alternativa, il tè, essendo una sostanza stimolante, riduceva nei lavoratori il senso di fatica, mantenendo alta l’attenzione[8]. Il “tea break” si inserì quindi nella giornata lavorativa dei lavoratori in fabbriche, laboratori, uffici e miniere[9].
Il tè, alla pari di zucchero e caffè, può essere definito con il termine, coniato dall’antropologo Mintz[10], di “Proletarian Hunger-killer” (ammazzafame proletario), trattandosi di una sostanza stimolante, ma priva di nutrienti. Queste sostanze, quindi, riducevano il senso di fame e fornivano energia, senza però sovvenire ai bisogni nutrizionali dei lavoratori. Gli “ammazzafame proletari” hanno in comune il fatto che, da essere prodotti di lusso, “vennero presto considerati una necessità dalle vaste masse che non li producevano”[11]. Questi prodotti hanno avuto un ruolo cruciale nello sfruttamento, da un lato, delle popolazioni nelle colonie dove venivano prodotti e, dall’altro lato, dei proletari urbani nelle città europee, sostenendo e carburando il modello industriale e lo sviluppo dell’Occidente[12]. (Per approfondire la questione, rimando al libro “Sweetness and Power” di Mintz).
Le conseguenze dell’aumento del consumo del tè
A produrre la quasi totalità del tè bevuto in Europa era la Cina. Fino al tardo XVII secolo, il tè prodotto in Cina era sufficiente a soddisfare la domanda europea. Tuttavia, con l’aumento del consumo, l’Inghilterra voleva più tè. Il fatto che la produzione fosse in Cina era un problema per l’Inghilterra perché non poteva controllare la produzione.
Guardando al contesto, bisogna tenere presente che tra il 1750 ed il 1850, in Inghilterra è avvenuta la prima Rivoluzione Industriale. Con la Rivoluzione Industriale, le macchine, più veloci ed economiche, iniziarono a sostituire il lavoro manuale, considerato lento, costoso ed impreciso. Il modello di lavoro delle fabbriche venne utilizzato anche dalle aziende agricole, che diventarono “fabbriche a cielo aperto per la produzione di piante, in cui tutto è progettato per massimizzare l’efficienza”[13]. Dal punto di vista degli inglesi, il modello industriale applicato alla coltivazione del tè avrebbe dunque aumentato la produzione, riducendo i costi, come già avveniva per la produzione di cotone in India[14].
Il modello di produzione cinese, invece, era molto diverso. Il tè acquistato dagli inglesi veniva prodotto senza macchine nella regione delle montagne Wuyi. Da lì, veniva trasportato per il commercio nella zona portuale di Guangzhou.

Questo modello, dunque, coinvolgeva parecchi intermediari e, quindi, un ulteriore aumento dei costi che si sommava a una produzione già più lenta rispetto al modello industriale inglese. Inoltre, nel modello cinese, la produzione ed il commercio del tè non erano centralizzati e, dal punto di vista inglese, questo implicava l’impossibilità di monitorare sistematicamente e scientificamente la produzione. In altre parole, per gli inglesi, abituati ad avere il controllo e a catalizzare il processo produttivo, acquistare il tè dalla Cina era inefficiente in termini di metodi e di costi.
Inoltre, la Cina chiedeva argento in cambio del tè, ma a causa della Rivoluzione Americana (1765-1783), l’Inghilterra aveva perso l’accesso alle risorse di argento messicane[15]. Le tensioni tra Cina e Inghilterra portarono alle Guerre dell’Oppio, una pagina buia di storia, che contrasta l’immagine che l’Impero britannico ha voluto costruire di sé, di forza di illuminismo e benevolenza[16].
Come detto, per gli inglesi sarebbe stato più efficiente controllare interamente la produzione di tè, in modo da applicare i loro principi produttivi, creando piantagioni larghe in cui produrre con minori costi in grandi quantità. Poiché non era possibile far ciò in Cina, bisognava spostare il luogo di produzione. Gli Olandesi avevano già provato a trasferire la produzione, creando piantagioni di tè nei territori colonizzati di Java. Era arrivato il momento, per gli Inglesi, di fare ricerche accurate sulla pianta del tè. Così, botanici ed esploratori inglesi cominciarono a collezionare semi nei giardini botanici di Calcutta, in India, e nei Kew Gardens, in Inghilterra. Alcuni ricercatori entrarono in Cina clandestinamente, cercando di rubare piante e semi, tanto che il governo Cinese mise una taglia sulle teste dei mercanti, cercando di contrastare questo sabotaggio botanico[17]. Addirittura, nel 1822, la Royal Society of Art offrì un ricco premio di 50 guinee a chi riuscisse a produrre la quantità maggiore di tè nei territori delle colonie[18].
A cambiare le caratteristiche dell’economia del tè saranno le conseguenze della conquista dell’Assam (regione dell’india nord-occidentale) e la scoperta da parte dei coloni inglesi di piante di tè indigene. Ma per questo dovremo aspettare il prossimo articolo della serie “English Tea”, presto disponibile qui.
[1] van Driem, G. (2019). The tale of tea : a comprehensive history of tea from prehistoric times to the present day. Leiden ; Boston : Brill
[2] van Driem, G. (2019).
[3] Johnson (1757) quoted in: van Driem, G. (2019), pp.546.
[4] van Driem, G. (2019).
[5] van Driem, G. (2019).
[6] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011). Green Gold: The Empire of Tea. Ebury Publishing
[7] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[8] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[9] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[10] Mintz, S. (1979). Time, sugar and sweetness. Marxist Perspectives, 2(4), 56-73.
[11] Mintz, S. (1979), pp.93 [tda]..
[12] Mintz, S. (1979).
[13] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011), pp. 99
[14] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[15] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[16] Keen, P. (2020) “The Opium Wars”. In: Bohacik, M. (2020) eighty degrees, Issue 03; pp. 54-61.
[17] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[18] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011), pp. 109.






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