Avete mai notato come, nell’immaginario collettivo, certi alimenti sembrino essere “da uomo” e altri “da donna”? Pensate a Marshall della sitcom How I Met Your Mother, che si vergogna di ordinare i suoi cocktail preferiti perché ritenuti “femminili”.

“Oh, poor me. I get to order yummy pink drinks with chunks of real fruit that guys secretly like but can’t order because they’ll be made fun of.”
Al contrario, la birra, è spesso considerata una vera bevanda da uomo. Se un uomo e una donna sono seduti al ristorante, scommettereste che la bistecca è per lui e l’insalata per lei? Queste associazioni non sono affatto naturali, ma costruite socialmente. Se il genere è performativo, il cibo è sicuramente un mezzo per performarlo. In altre parole, il genere non è qualcosa di innato, ma si costruisce con la ripetizione di azioni, comportamenti, scelte, con cui impersoniamo e perpetriamo determinati standard sociali [1]. E tra queste scelte rientrano anche le nostre preferenze alimentari e il modo in cui consumiamo il cibo.
Il tè, nella sua storia, non è rimasto estraneo a questa dinamica. In contesti diversi, il tè come bevanda e l’etichetta ad esso associata hanno contribuito a creare e perpetrare stereotipi di genere.
In questo articolo esploreremo come, in due diversi contesti storici e geografici, il tè sia stato associato a specifiche rappresentazioni di genere, di classe e di razza. Ci sposteremo nella Gran Bretagna vittoriana alla California dei primi del Novecento.
Gran Bretagna
Le coffeehouses inglesi ospitavano uomini intenti a discutere di attualità, scienza e politica. Il caffè, con il suo sapore forte e deciso, accompagnava perfettamente queste animate conversazioni. Tuttavia, questi luoghi non erano adatti alle famiglie, e il caffè – come la birra – non era considerato una bevanda consona alla delicatezza femminile. Il tè, al contrario, era ritenuto una bevanda più leggera e adatta al consumo di donne e bambini. Se la presenza di una donna in una coffeehouse era motivo di scandalo, era invece del tutto normale vederla, insieme alla sua famiglia, da Twining’s[2]. Del resto, nel periodo vittoriano il decoro è tutto[3].
Il tavolo da tè, fuori e dentro casa, è il luogo di ritrovo delle donne agiate – soprattutto borghesi – che, non avendo altro luogo di ritrovo, copiano il rituale del tè delle classi aristocratiche. Così, il rituale del tè diventa il simbolo della conversazione femminile e del gossip.
Un testo del 1879 (in una visione che ritengo estremamente stereotipata e figlia del suo tempo, ma che mi ha anche fatto ridere), riporta che le donne scegliessero il tipo di tè in base al tipo di pettegolezzi trattati nei loro incontri:
“lo stile della conversazione dipende molto dal tipo di tè che la padrona di casa versa agli ospiti, se è autentico Young Hyson… la conversazione sarà fresca, vivace e solare. Se è … Gunpowder la conversazione sarà esplosiva e la reputazione di qualcuno verrà distrutta prima che tu possa finire”[4].

Sul come e perché il tè sia diventato la bevanda delle donne, Mary E. Heath[5] presenta una spiegazione poco romanzata: la rivoluzione industriale, avendo dato accesso al lavoro e alla tecnologia alle donne, attaccava i ruoli di genere tradizionali; era dunque necessario riportare l’attenzione sui ruoli tradizionali nella sfera domestica[6]. Nascono, infatti, in questo periodo, i libri di galateo per il momento del tè, che solidificano., attraverso le regole di buon costume, la posizione della donna relegata alla casa e alla cura di essa.
“I libri di galateo descrivevano l’Inghilterra vittoriana come un’epoca di grazia e cultura. Tuttavia, in realtà, i libri di galateo erano manuali di istruzioni maschili che trasformavano la bevanda delle donne in un mezzo per tenerle sottomesse in un mondo in continuo cambiamento”[7]
D’altro canto, il tavolino da tè è uno dei pochi spazi in cui sfuggire alla solitudine domestica. MacFarlane[8] suggerisce che, essendo ben visto dalla società, è plausibile pensare che incontrarsi per il tè avesse fornito alle donne la possibilità di incontrarsi e fare rete.
Per comprendere il valore che il tè ha storicamente avuto negli ambienti femminili come strumento per fare rete, dobbiamo cambiare continente, e spostarci negli Stati Uniti di inizio XX secolo.
California
Ci troviamo in un’America in cui la nota azienda di tè Lipton crea campagne pubblicitarie che associano il tè al concetto di suffragio universale, mentre Art China Import Co. crea tazzine che riportano il messaggio “Voto alle donne”. Il ruolo del tè nelle campagne per il suffragio universale della California nel 1900 è il centro dello studio dell’autrice Jessica Sewell[9].
“Cosa c’entra il suffragio universale con la pubblicità?”, vi chiederete. Ecco, le suffragiste californiane organizzano il loro attivismo come fosse una campagna di marketing: creano un vero e proprio brand, con simboli, colori e slogan, attraverso cui presentare la loro immagine.
E l’immagine che le suffragiste vogliono dare è chiara: loro non sono le violente e “mascoline” attiviste inglesi. Le suffragette inglesi, per via del loro interesse politico, erano viste come “non più donne”, e come esseri aggressivi. Le attiviste americane vogliono allontanarsi da questa visione, e lo fanno a partire dal nome: non sono infatti suffragette, ma suffragiste. Le suffragiste vogliono rendere chiaro che il loro interesse non è sovvertire i ruoli di genere. Per farlo, è fondamentale appropriarsi dell’immagine di donna legato alla “grazia della femminilità” (qualunque cosa essa sia, nda). Per le suffragiste l’impegno politico non consiste nell’intromettersi negli affari “da uomo”, ma è la continuazione del loro ruolo di madre[10]. La loro logica è questa: come possono crescere bene i loro figli, se non hanno controllo sulle politiche che riguardano la vita dei loro figli fuori dalla casa? In altre parole non vogliono il voto per scombussolare le dinamiche sociali, ma hanno bisogno del voto per poter compiere bene il loro ruolo sociale di donne e madri[11].
Con questa narrazione, le suffragiste portano avanti un’immagine di “domesticità, , femminilità, bianchezza, elitismo e modernità”[12]. Ed il tè rappresenta tutte queste cose. Nell’immaginario collettivo statunitense, il tè era associato all’élite inglese, e, quindi, ad un rituale domestico e femminile.
“Il tè è stato utilizzato da molte suffragiste della California come elemento nella costruzione della loro immagine. Per presentarsi come femminili e domestiche, hanno utilizzato i significati esistenti del tè in molteplici modi, attraverso feste del tè, sale da tè e vendita di tè”[13]. I tea parties sono uno dei principali luoghi di incontro delle attiviste, in cui organizzarsi e reclutare socie, a sottolineare come il loro attivismo è collegato al loro impegno in casa. Infatti, nei tea parties, nei salotti e nelle sale da tè i rituali della domesticità si univano a quelli dell’incontro politico. Il tè rappresenta le suffragiste così tanto che alcune di loro, pur non amandone il sapore, finiscono per bere il tè per gli ideali che rappresenta[14].
Se nella Gran Bretagna vittoriana il tè è sinonimo di decoro, in California è sinonimo di temperanza, in netto contrasto con l’alcool. Infatti, non è accettabile per le donne essere sole nei ristoranti o nei luoghi in cui veniva servito alcool. È però così accettabile che le donne frequentino le tea houses da sole, che da lì ad aprire le loro tea houses il passo è breve e privo di scalpore. Infatti, imprenditrici rispettabili dell’elite delle città californiane, aprono sale da tè, senza compromettere la loro rispettabilità.

(Crediti a: link)
Nasce il brand “Equality Tea”, del Woman’s Suffrage Party (Partito per il Suffragio delle Donne) di San Francisco. Nome ironico, scrive Jessica Sewell, considerando che stiamo comunque parlando di donne ricche e bianche. Infatti, le suffragiste professano l’equità tra uomini e donne però non credevano certamente nell’equità “tra tutti gli uomini e tutte le donne”[15].
Una delle loro argomentazioni è infatti che se gli uomini di classi inferiori, o immigrati, erano ritenuti idonei a votare, ancor di più dovevano esserlo esse stesse. Queste argomentazioni vengono però astutamente evitate quando si tratta di unire alla causa donne lavoratrici, di classi più basse o facenti parte di comunità di immigrati. Per far leva su di loro, infatti, le suffragiste portano avanti l’idea che attraverso il voto possono avere potere decisionale sulle questioni legate al lavoro.
Rifacendosi all’immagine del tea party britannico, le suffragiste americane inglobano la bevanda nella costruzione della loro immagine. Il tè e il tea party sono la perfetta rappresentazione degli ideali di femminilità e cura della casa e famiglia, di cui le suffragiste si fanno carico. In questo modo, dunque, il tè ha assunto un ruolo politico, ma ha contemporaneamente perpetrato, ancora una volta, una specifica immagine di femminilità e standard sociali.
Conclusione
Questa associazione tra tè e femminilità non è (ovviamente!) universale. Per esempio, per secoli, in Giappone, il tè è stato una prerogativa degli ambienti del potere, che erano prevalentemente abitati da uomini.
Il senso di questa breve panoramica sulla storia occidentale del rapporto tra tè e genere, è quello di comprendere quali assunti storici ci siano nel moderno consumo del tè. Non da meno, mi porta a mettere in discussione e chiedermi quale ruolo hanno oggi i costrutti sociali di genere, ma anche classe e razza, nel consumo del tè, così come nell’intera filiera. Come al solito, vi invito a unirvi alla conversazione nei commenti, e, se avete curiosità e consigli di lettura sull’argomento di condividerli se vi va!
[1] Butler, J. (1990) Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. Routledge, New York
[2] van Driem, G. (2019). The tale of tea : a comprehensive history of tea from prehistoric times to the present day. Leiden ; Boston : Brill
[3] Heath, Mary E. (2012) “A Woman’s World: How Afternoon Tea Defined and Hindered Victorian Middle Class Women,” Constructing the Past: Vol. 13: Iss. 1, Article 1. Disponibile su: https://digitalcommons.iwu.edu/constructing/vol13/iss1/1
[4] Witt Talmage 1879, citato in: Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011). Green Gold: The Empire of Tea. Ebury Publishing, traduzione libera dell’autore.
[5] Heath, Mary E. (2012)
[6] Heath, Mary E. (2012): pp.4
[7] Heath, Mary E. (2012): pp.10, traduzione libera dell’autore
[8] Macfarlane, A., Macfarlane, I. (2011).
[9] Sewell, J. (2008). Tea and Suffrage. Food, Culture & Society, 11(4), 487–507. https://doi.org/10.2752/175174408X389148
[10] Sewell, J. (2008).
[11] Sewell, J. (2008).
[12] Sewell, J. (2008): pp.489
[13] Sewell, J. (2008): pp.493
[14] Sewell, J. (2008).
[15] Sewell, J. (2008), pp.501




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