Come detto nella Parte 1, la produzione di massa di tè, prodotto con metodo CTC e distribuito ed infuso in bustina, si diffuse e incrementò all’inizio del 1900. In quel periodo gran parte del cibo quotidiano iniziò ad essere prodotto industrialmente. Questo cambiamento verso l’industrializzazione fu favorito dall’arrivo, a partire dalla fine del secolo precedente, di nuove tecnologie, come l’uso delle macchine e di nuovi metodi di preservazione, tra cui l’inscatolamento in latta o il congelamento degli alimenti[1]. Per prodotto (alimentare) industriale mi riferisco ad un prodotto di massa, la cui realizzazione prevede prevalentemente l’uso di macchinari, e che, dopo l’acquisto, richiede poca o nessuna modifica da parte del consumatore. Con l’arrivo di questi prodotti, infatti “cucinare” diventò di fatto “assemblare”. La produzione industriale incrementava il profitto riducendo i costi ed il lavoro, pertanto è facile immaginare che prese facilmente piede. Tuttavia, a spingere in questa direzione non furono soltanto la convenienza ed il profitto.

Negli Stati Uniti, il periodo tra il 1870 e il 1920 fu caratterizzato da grandi cambiamenti sociali che causarono un senso di instabilità e disordine nella popolazione: rapida urbanizzazione, cambiamenti tecnologici, una serie di declini economici e l’aumento dell’immigrazione dall’Europa ne sono alcuni esempi. Ben presto furono proprio i migranti europei, soprattutto Italiani e Irlandesi, e le minoranze etniche a essere ritenuti responsabili della vulnerabilità della società. [2]

In questo periodo di instabilità e incertezze, era un timore diffuso tra le donne dell’alta borghesia che il cibo fosse un tramite di malattie e morte[3]. In contrasto a tale timore si diffuse un nuovo discorso scientifico, supportato da medici e casalinghe, incentrato sull’importanza dell’igiene, sulla sicurezza alimentare e sulla “gestione scientifica della casa”, definito movimento Progressista[4]. Il lavoro domestico fu professionalizzato e reso una scienza. Il movimento si basava sull’idea che una Nazione sicura e pura non potesse essere costruita senza un cibo sicuro e puro, facendo dunque coincidere la purezza del cibo a quella sociale. Le borghesi che aderirono al movimento Progressista si impegnarono a “migliorare” i poveri insegnando loro una corretta alimentazione. Questa battaglia era però persa in partenza, dal momento che non considerava le forze strutturali che rendevano poveri i poveri [5].

In un resoconto storico sull’industrializzazione del pane, Bobow-Strain[6] osserva come tale movimento e il discorso scientifico su cui si basava non facessero che reiterare le credenze xenofobe e razziste dell’opinione pubblica. Gli immigrati europei spesso cominciavano le loro carriere nel Nuovo Mondo aprendo piccoli panifici. Non disponendo di sufficienti risorse, spesso erano costretti ad aprire tali attività in cucine prive di adeguata circolazione, e che, dopo la chiusura, si trasformavano anche in camere da letto. Aderendo alla scienza della gestione della casa, le casalinghe borghesi non riconobbero la mancanza di risorse degli immigrati, ma li etichettarono come sporchi, ignoranti e non civilizzati. Infatti, stando all’opinione pubblica (compresa quella di medici e uomini di stato, come riporta Bobow-Strain) il fatto che i panifici degli immigrati non fossero igienici non era dovuto alla loro mancanza di risorse per migliorare l’ambiente, bensì ad una presunta mancanza di educazione e ad una tendenza “naturale ed innata” alla sporcizia, non solo fisica, ma anche morale.

Se da un lato i piccoli produttori, spesso stranieri, erano dunque ritenuti la causa di intossicazioni alimentari nelle mura domestiche, l’unica arma di difesa delle casalinghe era la garanzia di qualità promessa dai grandi produttori brandizzati[7]. Infatti, rispetto al pane prodotto nei panifici di persone ritenute sporche ed arretrate, i consumatori delle classi medie preferivano acquistare il pane industriale, prodotto in un ambiente controllato e, soprattutto, “non toccato da mani umane” che potessero, in qualche modo, contaminarlo.

“Superfici scintillanti, macchinari imponenti e ingressi illuminati proclamavano un nuovo credo: il cibo industriale è cibo puro, ed il cibo puro è il fondamento del progresso sociale”[8].

In un mondo attanagliato dal terrore dell’intossicazione alimentare, il prodotto industriale è standardizzato: poiché la sua produzione è gestita da macchinari, non può adulterarsi né essere contraffatto. Il prodotto industriale è brandizzato, e il marchio rassicura il consumatore. Se prima chi selezionava e certificava i prodotti era il proprietario del negozio di alimentari, ora tale figura non era più rilevante, dal momento che il produttore/distributore tramite il loro nome e la loro pubblicità, certificavano la salubrità del prodotto.

È vero che i grandi produttori, come Heinz, che produceva conserve e cibo in lattina, potevano da un lato permettersi nuove tecnologie che permettevano di realizzare un prodotto più sicuro, ma è anche vero che la pubblicità giocò un ruolo fondamentale nel costruire la fiducia dei consumatori. Heinz, ad esempio, si presentò al pubblico come sinonimo di purezza, pubblicizzando non solo la salubrità e sanità dei loro prodotti, ma anche gli alti standard di pulizia dei suoi lavoratori. Persino il personale addetto alla pubblicità era tenuto a presentarsi in maniera linda e pulita, come descritto dalla storica dell’alimentazione Petrick [7].

Al prodotto industriale, dunque, è indissolubilmente legata la pubblicità, tanto negli Stati Uniti quanto in Italia, anche se con caratteristiche diverse. In Italia il prodotto industriale cerca di perdere la sua connotazione regionale, e di diventare un prodotto nazionale. La pubblicità, dunque, mira a delocalizzare il prodotto regionale e renderlo “Italiano”, e per fare ciò i dialettismi vengono eliminati [9]. Questo avviene soprattutto grazie alla pubblicità televisiva, e il celebre Carosello ne è un esempio.

Il sistema alimentare moderno è caratterizzato da una distanza tra il consumatore ed il produttore. Sempre di più il cibo è prodotto industrialmente, assemblando ingredienti che provengono da parti diverse del mondo, e, confezionato, è venduto nei supermercati[10]. È prodotto in massa e trasportato per lunghe distanze, così che il consumatore è disconnesso dal processo produttivo tanto quanto dal contesto culturale ed ecologico della produzione[11]. Il prodotto industriale, oggi, è un elemento privo di territorio, storia ed identità.

Photo by Franki Chamaki on Unsplash

[1] Goody, J. (1982) [2013] Industrial Food: Towards the Development of a World Cuisine. In: Counihan, C. and Van Esterik, P. (2013). Food and Culture: A Reader. Third Edition. Routledge: New York.

[2] Bobow-Strain, A. (2021). Untouched by Human Hands. Dreams of Purity and Contagion. In: Bobow-Strain, A. White Bread: A Social History of the Store-Bough Loaf. Beacon Press: Boston.

[3] Petrick, G.M. (2010). Feeding the masses: H.J. Heinz and the creation of industrial food. Endeaviour. Vol. 33 No. 1: pp. 29-34.

[4] Bobow-Strain, Ibid.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Petrick, ibid.

[8] Ibid.: pp. 20

[9] UNISG+, Cucina Italiana di Ieri e di Oggi, In: Storia della Cucina Italiana. [Ultimo accesso: 12 Dic 22].

[10] Whatmore, S. (1995) From Farming to Agribusiness: The global Agro-food System. In: R.J., Johnston, P.J., Taylor and M.J., Watts, Geographies of Global Change. Oxford: Blackwell, pp. 36-49.

[11] West, P. (2012) From Modern Production to Imagined Primitive: The Social World of Coffee from Papua New Guinea. Durham; London: Duke University Press.

3 risposte a “Il Tè e l’Industrializzazione del cibo – Parte 2”

  1. […] Il tè è solo uno dei tanti prodotti la cui lavorazione diventò di massa all’inizio dello scorso secolo. Cambiamenti tecnologici e sociali ed un nuovo discorso scientifico favorirono questa transizione. La seconda parte dell’articolo è disponibile qui. […]

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  2. […] Sebbene oggi ci sia una crescente nazionalizzazione del cibo, bisogna ricordarsi che gli alimenti hanno viaggiato tanto a lungo quanto le popolazioni umane. Infatti, sin dalla preistoria, gli spostamenti degli esseri umani hanno portato agli spostamenti dei prodotti alimentari[1]. Nei sistemi alimentari moderni, tuttavia, il movimento del cibo non segue necessariamente il movimento di persone o popolazioni. Infatti, i consumatori di tutto il mondo hanno accesso a alimenti prodotti industrialmente e assemblati in diversi luoghi distanti, come raccontato nel precedente articolo sul cibo industriale, qui. […]

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  3. […] Despite the current tendencies toward food nationalization, we need to remember that food has been traveling for as long as human populations have done. In fact, there’s evidence that the first movements of humans are associated with movements of food products [1]. In modern food systems, however, the movement of food does not necessarily follow the movement of peoples. In fact, consumers around the world have access to industrially produced foods that are assembled in distant locations (as discussed in the previous article on industrial food, here). […]

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