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Il consumo del tè in Giappone ha radici antiche e precede l’esistenza stessa del Giappone: molti secoli sono infatti trascorsi dal tempo in cui il primo tè è arrivato sulle isole giapponesi dalla Cina al tempo in cui il Giappone è diventato uno stato-nazione.
Pare che il primo tè sia stato bevuto in Giappone durante il periodo Nara (710-784), quando l’imperatore Shomu ricevette dalla corte chinese Tang un dono di tè, che fu servito a una folla di cento monaci recatisi in visita nell’allora capitale Nara[1]. Tuttavia, bisognerà aspettare il periodo Heian (794-1185) perché questo venga piantato[2]. I primi ad importare semi di Camellia sinensis nelle isole giapponesi furono due monaci buddisti che, nello stesso anno (804), si imbarcarono per la Cina al fine di studiare i precetti buddisti: Seicho e il più giovane Kukai. I due, tornati in patria, daranno origine a due scuole buddiste, rispettivamente Tendai e Shingon [3]. Poco dopo, nel 814, l’anziano monaco Eichu portò dalla Cina del dancha, mattoncini fermentati di tè. Quando servì il tè all’imperatore in visita al suo tempio, il sovrano apprezzò così tanto la bevanda che ne istituì la coltivazione nei pressi di Kyoto. Il tè coltivato era a disposizione esclusivamente della corte imperiale e dei suoi medici, e per le cerimonie imperiali e monastiche[4].
Bisogna però aspettare il XII secolo perché il tè in polvere (matcha) venga bevuto sulle isole giapponesi. Il monaco Eisai, anch’egli di ritorno da più viaggi in Cina, portò in Giappone il Buddismo Zen, e, assieme a questo, il matcha[5]. Per molti secoli, sarà questo il tè canonico prodotto e bevuto nelle isole Giapponesi. È il matcha, infatti, il tè della tradizionale cerimonia del tè, detta Chado, cioè “via del tè”.
La diffusione del tè in polvere nelle isole giapponesi è strettamente collegata alla diffusione della scuola di Buddismo Zen. Il matcha, infatti, era apprezzato dai monaci poiché era d’aiuto durante la meditazione: teneva sveglio il monaco meditante, e, allo stesso tempo, lo rasserenava[6]. Eisai stesso, in uno scritto di carattere medico sui benefici del tè, asserì che oltre a mantenere svegli durante la meditazione Zen, il tè promuoveva l’armonia nel corpo intero[7].
Non a caso, infatti, il mito giapponese sull’origine del tè è legato alla pratica meditativa. Protagonista della storia è Bodhidharma (conosciuto anche come Daruma), un monaco itinerante che, stando alle agiografie, nel V secolo viaggiò dall’India alla Cina meridionale[8]. Daruma è ritenuto il fondatore del buddismo Zen. La leggenda giapponese vuole che, poiché continuava ad addormentarsi, Daruma non riuscisse a meditare. Per ovviare al problema, tagliò le sue palpebre e le lanciò via; da queste, si narra, germogliò la pianta de tè.
Nel corso del suo viaggio tra le epoche storiche, in maniera più o meno ritualizzata, il consumo del tè matcha nella cerimonia del tè, è stato legato all’apice del potere che controllava quello che sarebbe, in seguito, diventato il Giappone. Di questo e del ruolo che ha oggi la cerimonia del tè scrive l’antropologa Kristin Surak nella sua monografia “Making Tea Making Japan: Cultural Nationalism in Practice”. È a questo libro che saranno dedicati i prossimi articoli. Per non perderli, se dovessero interessarvi, potete seguire la pagina Instagram @one_purple_magpie.
[1] Van Driem, G.L. (2019). The Tale of Tea: A Comprehensive History of Tea from Prehistoric Times to the Present Day. Leiden; Boston: Brill.
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] Ibid.
[5] Ibid.
[6] Ibid.
[7] Ibid.






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