“Questa è la sala da tè della signora Sommers ed è l’unica in città,” precisò Paulina. “Un caffè te lo puoi prendere dove ti pare, ma per una tazza di tè devi venire qui. Gli yankee aborrono questo nobile intruglio dalla Guerra d’Indipendenza, che scoppiò proprio quando i ribelli bruciarono il tè degli inglesi a Boston.”
“Ma non è successo almeno un secolo fa?”
“Puoi ben vedere, Severo, che livello di stupidità può raggiungere il patriottismo.”

RITRATTO IN SEPPIA, Isabelle Allende

Il 2 Giugno 2022 mi trovavo a Londra durante i festeggiamenti del Giubileo di Platino della allora regina Elisabetta II. Le strade della città pullulavano di britannici provenienti da tutto il regno per essere al centro dell’azione; questi sono piuttosto semplici da riconoscere: nonostante la forte inflessione britannica nel loro parlare non sanno prendere la metro e non conoscono le regole basilari dell’incedere cittadino. La confusione nelle strade e il via vai di gente nell’albergo in cui lavoravo erano motivi più che sufficienti per farmi rimanere in un isolamento mistico nella mia stanzetta poco aerata esposta al raro ma caldo sole londinese. Tuttavia, l’entusiasmo del mio partner mi convinse a trascinare la mia attitudine misantropa fuori di casa.

Circolavano in quei giorni sul web vari video divertenti in cui si scherzava di come gli inglesi, anche i più anti-monarchici, avessero rinnovato il loro rispetto per la Regina grazie ai cinque giorni di festa nazionale indetti per l’occasione. Ecco, questo non mi aveva minimamente preparata a quanto avrei visto quel pomeriggio. Ci dirigemmo verso Hyde Park per assistere al Royal Gun Salute. L’intera superficie del parco era costellata di tappetini da picnic che ospitavano allegri gruppi. I colori della Union Jack erano ovunque: la gente portava addosso abiti con la bandiera, cappellini con la bandiera, decorazioni per capelli con la bandiera, occhiali con la bandiera, nastrini dei colori della bandiera, e cagnolini con addosso abiti con la bandiera e cappellini con la bandiera. Gli stessi colori comparvero anche in cielo, quando, esibendosi in acrobazie a seguito di velivoli storici della prima e seconda guerra mondiale, gli aerei militari lasciarono dietro di sé scie rosse, bianche e blu.

Trovo curioso notare che poche ore prima, altri colori avevano colorato i cieli di Roma. Infatti, mentre la Regina assisteva agli eventi in suo onore da Buckingham Palace, gli Italiani avevano già il naso in su – o sintonizzato sulla Rai – per guardare i tre sottoufficiali atleti della sezione di paracadutismo sportivo atterrare con un tricolore di 400 m2 al cospetto del Presidente della Repubblica. Come ogni anno, infatti, l’Italia commemorava la nascita della Repubblica.

Questi due eventi hanno in comune più che la presenza di abili militari senza la paura del vuoto. Sono eventi che rinnovano nella popolazione un senso di nazionalismo (inteso qui come senso di appartenenza alla nazione – non come dottrina politica). Le istituzioni culturali, politiche o tecnologiche – come i musei, il sistema educativo, i monumenti o le feste nazionali – mantengono e reiterano l’immagine di una nazione omogenea i cui abitanti condividono miti, credenze, tradizioni, storia e memoria, di generazione in generazione. Questa idea che il senso di appartenenza alla nazione si costruisca e reiteri tramite delle istituzioni – quindi, in un certo senso “dall’alto” – è comune nella letteratura, sia che si pensi al nazionalismo come ad un prodotto dello stato che ha diffuso una cultura condivisa (Gellner) sia che si consideri il nazionalismo un sentimento di orizzontale fratellanza tra i membri di una “comunità immaginata” (Anderson) [1].

Tuttavia, non siamo italiani solo quando leggiamo Manzoni a scuola, o ammiriamo Botticelli agli Uffizi, o quando le Frecce Tricolori sfrecciano sulle nostre teste. Esistono alti modi attraverso cui, consciamente ed inconsciamente, la nostra identità nazionale si manifesta nelle pratiche più banali di tutti i giorni. Il primo esempio che mi viene in mente, così, su due piedi, è andare a commentare i video degli Americani che mettono l’ananas sulla pizza, o discutere degli Americani che mettono l’ananas sulla pizza, o ancora scrivere articoli per spiegare agli Americani perché non va bene mettere l’ananas sulla pizza (che poi, ho visto più pizze con l’ananas in Italia che in Inghilterra).

Il mio esempio non è casuale. Nell’articolo “From Theory to Practice: Experiencing the Nation in Everyday Life”, Palmer individua nel cibo una delle sfere (assieme al corpo e ai paesaggi) che definiscono l’individuo, contribuendo all’identità individuale e collettiva.

Le cucine cosiddette “nazionali” si originano nel tardo XV secolo, a pari passo con la nascita degli Stati-Nazione[2], così che le scelte e caratteristiche di dieta e cibo di determinate popolazioni abitanti un territorio diventarono loro “caratteristiche”[3]. È attraverso il cibo che si articolano l’inclusione e l’esclusione ad un determinato gruppo, e, quindi, ad una determinata nazione: come nell’esempio di prima, “gli italiani mangiano bene”, mentre “gli Americani non sanno mangiare”.

Palmer indica dunque il cibo come una “bandiera dell’identità”: i cibi e i costumi ad essi connessi incarnano nozioni di orgoglio nazionale, demarcano la differenza con l’“Altro”:

(commento al reel di una pizza)

Il legame tra la nazione e la cucina “nazionale” è articolato nel concetto di “Nazionalismo Culinario”, suggerito da Fergusson nell’omonimo articolo[4]. Volendo comprendere come il “Nazionalismo Culinario” funziona, Fergusson si interessa alle ricette, che, suggerisce, sono gli indicatori primari di identità[5]. Si interessa nello specifico ad un ricettario francese del 1913, redatto da Marte Allard Daudet con lo pseudonimo di Pampille: Les bons plat de France. Pampille, in una Francia che si modernizza, vuole difendere le tradizioni ed inquadra nelle donne le guardiane di queste. Pampille assegna lo status “nazionale” a piatti di ogni classe e regione. Ciò che è locale diventa nazionale, diventa parte del patrimonio culturale nella nazione intera. Attraverso il Nazionalismo Culinario, il cibo “nazionale” viene creato al di sopra delle regioni, del vecchio e del nuovo, delle classi e dei partiti; è in questo modo che il ricettario presenta un’identità culinaria nazionale che è astorica, che esiste al di fuori della storia.

Ciò che trovo interessante, tuttavia, è che il ricettario di Pampille, che sottolinea l’esistenza di una cucina nazionale astorica, è il prodotto storico del periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale. Infatti, la fine della guerra portò ad una paura diffusa della perdita dell’identità nazionale, ed è proprio in reazione a questo timore che il ricettario fu creato.

Che tu sia uno chef stellato o zia Titina del piano di sotto, immagino tu non possa tollerare che un non Italiano metta l’ananas sulla pizza (torno a questo esempio solo perché è immediato): la pizza è parte della tua tradizione culinaria dall’alba dei tempi! E lo stesso vale per la pasta asciutta: da che mondo è mondo la pasta asciutta è roba nostra, noi la facciamo bene … non come quelli che lanciano lo spaghetto al muro per vedere se è cotto. Noi si che facciamo le cose buone, tradizionali!

La grande fallacia in questo ragionamento, tuttavia, è proprio quel “tradizionale”. Il “tradizionale”, infatti, implica che risalga a un passato lontanissimo, al di là della storia. In verità, invece, tutto è un prodotto della storia, ed anche più recente di quanto si possa alle volte pensare. Giusto per dirne una, sarebbe stato difficile condire una pizza margherita o una bella pastasciutta prima del 1462 (e cioè prima che un gruppo di Europei decidesse di appropriarsi indebitamente di una terra non propria ed esportarne i prodotti dopo aver fatto strage di parte della popolazione locale e sfruttato la restante parte per il proprio guadagno – mi pare che la chiamino scoperta dell’America).

Il tè non solo non è estraneo a queste dinamiche, ma la sua forte, seppur varia, localizzazione lo rende, in luoghi diversi, un elemento fortemente “tradizionalizzato” e “autenticizzato”. In Europa e nelle Americhe, ad esempio, il tè è associato alla tradizione britannica. Questa associazione è stata così determinante che, come accennato da Paulina del Valle a suo nipote Severo, della penna di Isabelle Allende, a seguito della Guerra d’Indipendenza il tè non ha mai goduto di un grande pubblico di consumatori negli Stati Uniti (almeno fino all’arrivo del dolcificato Iced Tea).

Negli scorsi articoli ho accennato, invece, alla tradizionale cerimonia del tè Giapponese. Seguendo l’analisi di Kristin Surak, il prossimo articolo [qui] analizza come storicamente la cerimonia si sia costruita, fino ad essere percepita, oggi, come astorica e nazionale.


[1] Anderson usa il termine “immaginata” non perché la comunità sia irreale. Il termine si riferisce al fatto che nessun membro della nazione può conoscere personalmente tutti gli altri, eppure si sente comunque in relazione con loro.

[2] Palmer, C. (1998) ‘From theory to practice: experiencing the nation in everyday life’, Journal of Material Culture, 3 (2): 175-199.

[3] Palmer, C. (1998) ‘From theory to practice: experiencing the nation in everyday life’, Journal of Material Culture, 3 (2): 175-199.

[4] Ferguson, P. P. (2010) ‘Culinary nationalism’, Gastronomica, 10 (1): 102-109.

[5] Ferguson, P. P. (2010) ‘Culinary nationalism’, Gastronomica, 10 (1): 102-109: pp. 102

3 risposte a “Identità nazionale e pizza con l’ananas: una breve introduzione al Nazionalismo Culinario”

  1. Bell’articolo molto dettagliato e senza retorica futile.

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  2. […] oggi ci sia una crescente nazionalizzazione del cibo, bisogna ricordarsi che gli alimenti hanno viaggiato tanto a lungo quanto le popolazioni umane. […]

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  3. […] the current tendencies toward food nationalization, we need to remember that food has been traveling for as long as human populations have done. In […]

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