
Attraversando i muri della sala del tè e i secoli della storia del Giappone fino ad oggi, l’antropologa Kristin Surak in Making Tea Making Japan: Cultural Nationalism in Practice, analizza la tradizionale cerimonia del tè giapponese, mettendo in luce il processo moderno della creazione della nazione.
In continuità con lo scorso articolo, in questo articolo in due parti espongo due elementi chiave della monografia di Surak. La prima parte, analizzando la storia della cerimonia, mette in luce come le tradizioni, sebbene percepite come immobili e senza tempo, sono frutto del mutevole contesto sociale, storico e politico. La seconda parte, si focalizza sul ruolo moderno della cerimonia, quello di insegnare attraverso il corpo i valori della “giapponesità”.
Parte 1: La Storia
In Making Tea Making Japan: Cultural Nationalism in Practice, Surak descrive e analizza la storia della cerimonia del tè dalle sue origini, delineando come, pur modificandosi, nel corso dei secoli essa sia stata sempre legata agli ambienti del potere.
Come raccontato qui, quando il tè arrivò in Giappone, esso era legato alla pratica buddista. Tuttavia, nel XV secolo la pratica di bere il tè uscì dai monasteri e arrivò nei raduni aristocratici, durante i quali le élite potevano fare bella mostra della loro fine oggettistica da tè [1]. Seppur con molte differenze, si pongono qui le basi per quella che conosciamo oggi come cerimonia del tè.
Il successivo Periodo Momoyama (1573-1615) fu caratterizzato da guerre e il Giappone, ancora diviso, era controllato da egemoni militari. Emulando la vecchia aristocrazia, le élite militari (cioè i samurai) praticavano la cerimonia del tè, in associazione ad eventi bellici, come la celebrazione delle vittorie [2].
Una delle figure più potenti di questo periodo fu Toyotomi Hideyoshi, un samurai e daimyo (signore feudale). Vicino alla sua persona era il noto Sen Rikyu, un monaco buddista zen, maestro del tè alla corte di Hideyoshi e, prima di lui, del suo predecessore Oda Nobunga [3]. Sen Rikyu non solo, nella riservatezza della sala da tè, trattava questioni confidenziali per conto di Hideyoshi, ma lo aiutò anche a costruire una sala da tè coperta di oro. Sen Rikyu, che innalzò i livelli di raffinatezza nella cerimonia, fu in seguito proclamato il fondatore della cerimonia del tè e dai suoi discendenti nacquero le più importanti scuole (di pensiero) della cerimonia.
Surak[4] sottolinea che la cerimonia del tè, in questo periodo, non fosse ancora “Giapponese” e non avesse un carattere nazionale, poiché la nazione non esisteva ancora: il Giappone era ancora diviso in diversi feudi, controllati da famiglie potenti. Tuttavia, è in questo periodo che la cerimonia acquisì una forte connessione con lo stato.
Nel passaggio tra il Periodo Momoyama e il Periodo Tokugawa (1615-1867), nacque lo iemoto, “l’incarnazione vivente della cerimonia del tè”[5]. Il termine iemoto si riferisce sia alla persona a capo di una determinata scuola di pensiero e di estetica, sia al capo della famiglia che di generazione in generazione ha trasmesso l’autorità di definire quello stile [6]. Sono stati gli iemoto, nel corso del tempo, a standardizzare la via del tè di Rikyu e formalizzare la cerimonia del tè. Beneficiando della loro (presunta e proclamata) discendenza da Sen Rikyu, gli iemoto asserirono la loro autorità in materia di tè. Bisogna sottolineare che la rigida formalizzazione della cerimonia del tè fu opera degli iemoto, non di Sen Rikyu, che invece dava valore all’originalità.
Nel corso del XVIII secolo, gli iemoto persero la loro influenza istituzionale, ad eccezione di alcune famiglie discendenti di Sen Rikyu che governavano alcuni feudi. Tuttavia, restava a loro l’autorità di legittimizzare le pratiche del tè di monaci e borghesi e di certificare il pedigree degli utensili del tè. Infatti, gli utensili che appartenevano a importanti maestri del tè assumevano in maggiore valore non solo simbolico ma anche economico! Inoltre, verso la fine del Periodo Tokugawa, per la prima volta, le donne, provenienti da famiglie feudali, cominciarono a praticare la cerimonia del tè, fino a quel momento legata esclusivamente agli ambienti maschili della politica o dei monasteri.
Nell’Era Meiji, quando il Giappone è finalmente unificato, il tè, in maniera non formalizzata, veniva bevuto come passatempo dalle élite sukisha, i capi delle aziende. Al contrario, la cerimonia “tradizionale” era insegnata alle donne delle classi medie. Per le donne borghesi, che non facevano parte dell’élite, il tè era istituzionalizzato ed insegnato nelle scuole, al fine di creare donne Giapponesi perbene che potessero educare in maniera appropriata le nuove generazioni (link qui per approfondire). In questo periodo gli iemoto, sull’orlo di una crisi, furono riportati in vita dirigendo la loro attenzione a questo nuovo pubblico femminile. Essi cominciarino infatti a produrre libri di testo diffusi nel sistema scolastico nazionale e un sistema di certificazioni. Gli iemoto riacquisirono potere ponendo sotto il loro controllo tutto quello che concerneva la cerimonia del tè, dalle tecniche di preparazione agli standard di gusto e di valutazione degli utensili. In questo modo la cerimonia del tè diventò “coniugata all’apice del potere politico, favorendo la sua successiva nazionalizzazione”[7].
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone voleva rappresentarsi come una nazione acculturata e questo permise agli iemoto di diventare un simbolo avente autorità non solo sulla cerimonia del tè, ma sulla cultura Giapponese più in generale. Così lo iemoto è diventato esso stesso l’élite. “Dunque,” citando Surak, “la cerimonia del tè rimane un fedele simbolo del Giappone, non solo perché era ideologicamente intriso di associazioni nazionali, ma perché l’infrastruttura organizzativa che sostiene il mondo del tè è diventata economicamente dedita alla Giapponesità”[8].

Parte 2: Embodiement
Oggi la cerimonia del tè, scrive Surak, è prevalentemente praticata in ambienti di apprendimento e gli studenti sono in genere pensionati o giovani interessati alla storia e alle tradizioni del Giappone. La cerimonia è fortemente ritualizzata e trasmette valori giapponesi in ogni elemento: dallo spazio nella sala da tè alla disposizione dei fiori, dalle posizioni dei praticanti agli utensili, e nei modi di bere e mangiare. Imparare la cerimonia del tè significa imparare ad essere un giapponese perbene in un modo che coinvolge il corpo: i valori, come la considerazione degli altro o l’ospitalità, sono insegnati attraverso l’esperienza e la pratica. È infatti la corporeità della pratica che rende la cerimonia un’esperienza vissuta di Giapponesità, attraverso cui, i valori della comunità nazionale vengono trasmessi ed appresi direttamente attraverso il corpo. Nel costruire delle identità nazionali, Surak pone particolare attenzione sul concetto di embodiement, tradotto letteralmente con “incorporazione”, e si riferisce all’incorporare e rappresentare attraverso il proprio corpo. In altre parole, la cerimonia del tè è appresa attraverso il corpo – i maestri più ortodossi vietano infatti di prendere note – così che il corpo internalizzi e si appropri delle buone maniere giapponesi, e, tramite queste, internalizzi i valori giapponesi. L’embodiement, afferma Surak, è “un’oggettificazione della nationness”[9] che trasforma l’individuo “in un’espressione vissuta della pratica”[10], e, quindi, della nazione.
Ad esempio, osservando le caratteristiche architettoniche della sala del tè, si può notare come la porta d’ingresso, molto bassa, costringa il corpo nella posizione “tipicamente Giapponese” di inchinarsi e sedersi sulle ginocchia. Lo spazio, dunque, configura il corpo in una posizione “Giapponese”, che è a sua volta associata ad un valore, l’umiltà. Inoltre, la cerimonia enfatizza caratteri della vita quotidiana giapponese, attraverso la loro formalizzazione: ne sono un esempio l’uso delle bacchette per mangiare i dolci, o il piacere estetico della disposizione degli alimenti, che riflette quello del bento (il pranzo d’asporto in scatola). I movimenti all’interno della sala da tè sono estremamente specifici, incluso quale piede usare prima quando ci si alza o ci si siede, o il numero di passi su ogni tatami (il tappeto di cui è composto il pavimento della sala da tè). Tutti questi movimenti sono eseguiti come se il praticante della cerimonia indossasse il kimono, nonostante le lezioni siano generalmente eseguite con vestiti all’occidentale. Elementi fondamentali della cerimonia sono inoltre il ritmo e l’attenta considerazione dell’altro, che sono considerate qualità nazionali sia dentro che fuori la sala del tè.
Ogni movimento riflette un “modo giapponese di agire” ed è interessante come “l’essere giapponese” emerga in contrasto con i modi di fare moderni ed occidentalizzati, che mettono a rischio le buone maniere tradizionali: ad esempio i giapponesi si inchinano, mentre gli occidentali si stringono la mano; i giapponesi indossano tradizionalmente il kimono, mentre oggi si usano gli abiti occidentalizzati che permettono più libertà di movimento; i giapponesi usano le bacchette, non le posate. Come affermato da un partecipante dell’etnografia di Surak, “da quando lo stile Occidentale di tavoli e sedie ha preso il sopravvento, nessuno sa più inginocchiarsi correttamente” [11]. E poiché, come detto, c’è una corrispondenza tra il corpo e i valori, ciò non è troppo distante da affermare che l’individualizzazione moderna è in contrasto col modo tipicamente giapponese di considerare e avere cura degli altri, prevedendo i loro bisogni.
Fuori dalla sala del tè questa corrispondenza tra la cerimonia del tè e nazionali i valori, percepita come senza tempo è reiterata nella cultura popolare, come in pubblicità, anime, e poster nella metropolitana, tanto che, Surak afferma, qualsiasi giapponese si vergognerebbe se non fosse in grado di fornire una risposta a uno straniero che chiede informazioni sulla cerimonia del tè.
Tuttavia, sebbene oggi la cerimonia venga percepita e promulgata come una tradizione senza tempo sia dai praticanti che nella vita quotidiana di tutti, essa è in realtà frutto di una lunga storia in cui, nel corso dei secoli si è sviluppata, trasformata e ritrasformata, per diventare quella che, oggi, è percepita come una tradizione nazionale al di sopra della storia.
[1] Surak, K. (2013) Making Tea, Making Japan: Cultural Nationalism in Practice. Stanford, CA: Stanford University Press.
[2] Ibid.
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Sen_no_Riky%C5%AB
[4] Surak, K. (2013)
[5] Surak, K. (2013), pp. 91
[6] Surak, K. (2013), pp. 93
[7] Surak, K. (2013), pp. 118
[8] Surak, K. (2013), pp. 118
[9] Surak, K. (2013), pp. 5
[10] Surak, K. (2013), pp. 41
[11] Surak, K. (2013), pp. 28





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