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Originario della zona a sud e est dell’Himalaya, il tè ha viaggiato attorno al mondo, dando origine a tradizioni, cerimonie, costumi ed abitudini sempre diversi, sia nella sua produzione che nel suo consumo. Oggi, prodotto prevalentemente in Asia e Africa, il tè è consumato in tutto il mondo, diventando un esempio di “cross-cultural consumption”, ossia di consumo interculturale.
Sebbene oggi ci sia una crescente nazionalizzazione del cibo, bisogna ricordarsi che gli alimenti hanno viaggiato tanto a lungo quanto le popolazioni umane. Infatti, sin dalla preistoria, gli spostamenti degli esseri umani hanno portato agli spostamenti dei prodotti alimentari[1]. Nei sistemi alimentari moderni, tuttavia, il movimento del cibo non segue necessariamente il movimento di persone o popolazioni. Infatti, i consumatori di tutto il mondo hanno accesso a alimenti prodotti industrialmente e assemblati in diversi luoghi distanti, come raccontato nel precedente articolo sul cibo industriale, qui.
Quali discorsi, narrazioni e significati associamo al cibo e alle bevande che consumiamo, provenienti da posti al di là delle nostre frontiere? Per esempio, se andiamo a mangiare sushi, o compriamo snack americani, lo facciamo spesso attratti dal gusto del nuovo o per sentirci più vicini a una nazione lontana. In questo caso, associamo consapevolmente quei prodotti alla loro provenienza. Allo stesso tempo, ingeriamo alimenti prodotti in una nazione, poi processati e ancora confezionati in altre nazioni, considerandoli locali. Si pensi al caffè, prodotto prevalentemente in Sudamerica e Asia, e a quante volte abbiamo sentito dire “il vero espresso italiano”. O, ancora, al tè per gli inglesi, talmente inserito nelle abitudini che è comune dimenticare o disinteressarsi sull’origine della materia prima.
Per dare un senso al modo in cui il cibo oggi viaggia attraverso spazi e culture, in antropologia sono stati proposti due paradigmi opposti e contrastanti. Il primo vede il consumo (di massa) come una forza omogeneizzante che supera le culture locali (paradigma dell’omogeneizzazione), l’altro suggerisce che i consumatori, con creatività, ricontestualizzano i prodotti, costruendo nuovi usi e significati nel loro contesto socioculturale (paradigma della creolizzazione)[2].
Il paradigma dell’omogeneizzazione vuole spiegare come i prodotti occidentali si siano diffusi nel mondo non-occidentale, soppiantando le tradizioni locali[3]. Termini come Coca-colonizzazione e McDonaldizzazione sono stati coniati per sottolineare l’impatto che prodotti e catene globali hanno nelle regioni non occidentali, quale quello di soppiantare i prodotti e processi produttivi locali. Negli studi a supporto di questo paradigma, da un lato, è valida la critica implicita alla globalizzazione e agli squilibri di potere tra potenze e grandi aziende occidentali e Paesi non-occidentali. Dall’altro lato le evidenze etnografiche suggeriscono un quadro più complesso di una passiva omogeneizzazione[4]. Il consumo, l’atto dell’acquistare ed utilizzare una merce, non è, infatti, un processo passivo.
Infatti, nel consumare un bene, quest’ultimo viene riappropriato e reinserito nel contesto socio-culturale di ciascun consumatore[7]. In altre parole, il consumo di merci e di cibo è un processo creativo. Quindi, quando un prodotto proveniente dall’estero entra in un nuovo contesto, entra in un momento storico specifico ed in uno specifico contesto culturale[8], che ne modella gli usi e i significati ad esso attribuiti.
In un’etnografia sui McDonald’s a Pechino[9], l’antropologo Yunxiang Yan ha mostrato un contrasto tra il modo in cui lo spazio era stato progettato a monte, e come venisse effettivamente utilizzato dai consumatori. L’obbiettivo primario della catena fast-food, infatti, era di creare uno spazio concepito per pasti veloci. Invece, i clienti di Pechino si recavano al Mcdonald’s per lunghi eventi familiari o, nel caso di giovanissimi, per appuntamenti romantici. Questo è uno di tanti esempi che dimostrano che l’intenzione di aziende o produttori di beni “globali” non corrisponde necessariamente alle intenzioni e agli usi di clienti e consumatori. Il limite del paradigma dell’omogeneizzazione sta nel fatto di supporre che merci e beni, entrando in una cultura, mantengano e comunichino i valori conferiti dai loro produttori, e che i consumatori “subiscano passivamente” questi valori. Il paradigma dell’omogeneizzazione non tiene conto della creatività dei consumatori, che si relazionano alle merci in modi contraddittori e diversi[10]. Le località in cui si inseriscono le merci globali (incluso il cibo) non sono tele bianche, ma hanno specifici contesti storici, sociali e culturali. Utilizzando le parole dell’antropologo Mintz: “quando sostanze non familiari vengono assunte da nuovi utilizzatori, entrano in contesti sociali e psicologici preesistenti e acquisiscono – o ricevono – significati contestuali da coloro che le usano”[11].
Per esprimere questa complessità del consumo interculturale, è stato proposto il paradigma della creolizzazione o ibridazione[12]. Questo paradigma vede il consumo come un processo contestuale e creativo, quindi non “subito” dai consumatori. Questa analisi del consumo consente di comprendere non solo l’integrazione delle merci occidentali in località non occidentali, ma anche l’ingresso di merci non occidentali in Occidente[13], come nel caso del tè. I tè, soprattutto quelli definiti artigianali e bevuti dagli appassionati, non sono una merce “globale” come McDonalds e Coca-Cola, ma sono prodotti fortemente localizzati[14]. Tuttavia, anche il paradigma della creolizzazione ha dei limiti. In particolare, tende a considerare la cultura di partenza e la cultura di arrivo dei prodotti come due entità pure che, solo nel consumo, si mescolano. Culture, contesti sociali e storia, invece, non sono entità a sé stanti ma sono soggette a stimoli esterni e in comunicazione tra loro. Per fare un esempio, mi viene da pensare a come la richiesta per un particolare prodotto da parte dei consumatori, porti cambiamenti nella produzione, come quando, nel XIX secolo, il governo giapponese investì (con poco successo) nella produzione di tè nero, perché quella era la tipologia di tè più bevuta in Europa[15].
Mi rivolgo ora soprattutto agli appassionati di tè. In che modo è importante per voi, se lo è, la provenienza del tè che scegliete di bere? Può uno di questi paradigmi rappresentare il vostro modo di consumare il tè? Oppure ritenete la questione più complessa e nessuno di questi paradigmi è sufficiente? Se vi va, ditemi la vostra nei commenti, sono un sacco curiosa di sapere cosa ne pensate! 😊
[1] Jones et al 2011
[2] Cook e Crang 1996; Howes 1996
[3] Jackson 1999, Howes 1996
[4] Howes 1996; Classen 1996; James 1996; Weiss 1996; Hendrickson 1996; Yan 2000
[5] Kopytoff 1986
[6] Appadurai 1986
[7] Miller 1987, 1998
[8] Classen 1996
[9] Yan 2000
[10] Howes, 1996; Jackson 1999
[11] Mintz 1985: 6
[12]Howes 1996
[13] Hendrickson 1996
[14] si veda ad esempio Zhang 2014 sul tè Pu’er; Kajima et al. 2017 sui tè giapponesi; Besky 2014 sul tè Darjeeling
[15] Farris 2019
Bibliografia
- Appadurai, A. (1986) ‘Introduction: Commodities and the politics of Value’. In Appadurai, A. The Social Life of Things: Commodities in Cultural Perspective, pp. 3-63.
- Besky, S. (2014). ‘The Labor of Terroir and the Terroir of Labor: Geographical Indication and Darjeeling Tea Plantations’, Agriculture and Human Values, Vol. 31: 83-96.
- Classen, C. (1996) ‘Sugar Cane, Coca-Cola and Hypermarkets: Consumption and Surrealism in the Argentine Northwest’. In: Howes, D. Cross-Cultural Consumption: Global Markets, Local Realities. Oxon: Routledge, pp.39-54. [9] Yan 2000
- Cook, I. and Crang, P. (1996). ‘The World on a Plate: Culinary Culture, Displacement and Geographical Knowledges’, Journal of Material Culture, Vol. 1(2), pp. 131-153. Howes 1996
- Farris, W.W. (2019). A Bowl for a Coin: a Commodity History of Japanese Tea. Honolulu: University of Hawai’I Press.
- Hendrickson, C. (1996) ‘Selling Guatemala: Maya Export Products in US Mail-Order Catalogues’. In: Howes, D. Cross-Cultural Consumption: Global Markets, Local Realities. Oxon: Routledge, pp. 106-121.
- Howes, D. (1996) ‘Introduction: Commodities and Cultural Borders’. In: Howes, D. Cross-Cultural Consumption: Global Markets, Local Realities. Oxon: Routledge, pp. 1-16.
- Jackson, P. (1999). ‘The Traffic in Things’, Transaction of the Institute of British Geographers, Vol. 24, No. 1, pp. 95-108.
- James, A. (1996) ‘Cooking the Books: Global or Local Identities in Contemporary British Food Cultures?’ In: Howes, D. Cross-Cultural Consumption: Global Markets, Local Realities. Oxon: Routledge, pp. 77-92. Weiss 1996;
- Jones, M., Hunt, H., Lightfoot, E., Lister, D., Liu X. and Motuzaite-Matuzeviciute, G. (2011) ‘Food globalization in prehistory’, World Archaeology, Vol. 43, No. 4, pp. 665-675
- Kajima, S., Tanaka, Y., Uchiyama, Y., (2017) ‘Japanese Sake And Tea As Place-based Products: A Comparison of Regional Certifications of Globally Important Agricultural Heritage Systems, Geopark, Biosphere Reserves, and Geographical Indication at Product Level Certification’, Journal of Ethnic Food, Vol. 4, pp. 80-87.
- Kopitoff, I. (1986) ‘The Cultural Biography of Things: Commoditization as Process”. In Appadurai, A. The Social Life of Things: Commodities in Cultural Perspective, pp. 64-91
- Miller, D. (1987) ‘Introduction’. In: MIller, D., Material Culture and Mass Consumption. Oxford: Basil Blackwell Inc., pp. 3-18
- Miller, D. (1998). ‘Introduction’. In: A Theory of Shopping. Cambridge: Polity Press, pp. 1-13.
- Mintz, S.W. (1985). Sweetness and Power: The Place of Sugar in Modern History. New York: Penguin Books.
- Yan, Yunxiang (2000) ‘Of hamburger and social space: consuming McDonald’s in Beijing’. In: Davis, D.S. The Consumer Revolution in Urban China. Berkeley: University of California Press, pp. 201-225.
- Zhang, J. (2014) Puer Tea: Ancient Caravans and Urban Chic. Seattle: University of Washington Press.
Immagine in evidenza realizzata tramite l’uso di Intelligenza Artificiale.






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