Green with Milk and Sugar: When Japan filled America’s Tea Cups
di Robert I. Hellyer
Columbia University Press: New York
2021
E-ISBN 978-0-231-55294-3
Due erano le immagini che mi venivano in mente pensando al tè negli Stati Uniti prima di leggere questo libro: il Boston Tea Party (forse l’infusione l’accidentale più grande della storia) e un grande bicchiere di plastica pieno di Lipton ghiacciato.
Con Green with Milk and Sugar, Robert Hellyer, storico del Giappone e professore di storia alla Wake Forest University, racconta una storia molto più complessa. La storia del tè in America non si è fermata con l’indipendenza dalla corona britannica per poi riapparire, quasi per magia, in versione fredda e zuccherata in tempi recenti.
Il consumo del tè negli Stati Uniti, prevalentemente verde e miscelato con latte e zucchero, ha una storia che va dall’Ottocento agli anni Quaranta del Novecento. Guardando, per esempio, alla diffusione del tè nel Midwest a inizio Ottocento, e attingendo a racconti, giornali e manuali domestici, Hellyer mostra come il tè fosse percepito soprattutto come una bevanda femminile, da servire agli ospiti sia in casa che all’aperto. Nelle fonti dell’epoca non mancano i consigli per un organizzare un perfetto tè pomeridiano all’aperto, con tanto di suggerimenti di risparmio! Secondo un giornale del tempo, la gioia di uno yankee tea party, come quello organizzato da un paesino del Massachusetts nel 1819, incomparabile a quella dei gala reali, rappresentava l’essenza democratica della giovane repubblica (p. 24).
L’obiettivo del libro, però, non si limita a descrivere il consumo. Attraverso lo studio della supply chain, Hellyer dimostra che le storie del tè in Giappone e negli Stati Uniti non possono essere comprese se guardate separatamente.
Prima di entrare nei dettagli apro una piccola parentesi. Del tè mi piace dire che “unisce da un lato la storia del mondo e dall’altro la storia di me stesso”. Credo che anche per Hellyer sia così. Nella storia interazionale che racconta c’è anche la sua storia familiare: da un lato la sua connessione personale con il tè bevuto a casa della nonna materna; dall’altro, i nonni paterni commercianti di tè giapponese. La storia della Hellyer and Co. è la storia del commercio del tè tra Giappone e Stati Uniti e viceversa. Nonostante questo legame personale, il libro mantiene uno stampo rigorosamente storico ed accademico, come accademici sono i metodi utilizzati nella raccolta ed analisi delle fonti.
Per raccontare la storia del tè negli Stati Uniti, Hellyer costruisce una narrazione parallela: il racconto degli eventi americani si alterna al racconto degli eventi in Giappone. Questa struttura rende evidente un doppio movimenti: produzione, ricerca, pubblicità e commercio da un lato del mondo influenzano il consumo dall’altro; allo stesso tempo, consumo, gusti, percezioni e politiche influenzano produzione, ricerca e strategie commerciali.
Per esempio, le aziende occidentali che rifinivano il tè nelle città portuali giapponesi, lo trattavano secondo un metodo definito “cinese”, ritenuto più adatto a al trasporto e al gusto dei consumatori statunitensi. Il burocrate giapponese Maeda, che si era a lungo occupato dello sviluppo delle associazioni del tè in Giappone, osservava che gli occidentali non conoscevano il vero tè giapponese, ma solo quello mediato dalle aziende di rifinitura occidentali. Tra le tecniche di rifinitura figuravano anche alterazioni al tè con tinture.
L’uso, o anche solo la percezione, di tinture non era una nuovo per i consumatori occidentali: i tè cinesi erano spesso accusati di essere contraffatti e le tinture venivano associate a una qualità inferiore. Al contrario, nei tè giapponesi le stesse pratiche erano interpretate come una risposta alle richieste del mercato americano che i produttori giapponesi non intraprendevano volontariamente.
Questo doppio standard deriva esclusivamente da un diffuso razzismo verso la Cina e le comunità cinesi immigrate negli Stati Uniti. Razzismo e timori per la salute contribuirono alla diffusione del tè giapponese negli Stati Uniti, fino a rendere gli Stati Uniti il principale mercato di esportazione per il Giappone.
Ho trovato particolarmente interessante il ruolo delle associazioni del tè giapponesi, regionali e nazionali, nella promozione del prodotto in America, in particolare durante le esposizioni universali, ed il modo in cui le loro narrazioni pubblicitarie cambiavano nel tempo, adattandosi sia ai prodotti che alle percezioni dei consumatori.
Per esempio, alla Columbian Exposition di Chicago del 1893, la Central Japan Tea Association promuoveva sencha, matcha e gyokuro (inventato da poco) come tè da bere in purezza, senza zucchero o latte. Alla Philadelphia Exposition del 1926, invece, il tè era accompagnato da tramezzini e si poteva scegliere tra sencha caldo e freddo, tè al limone e tè con una fetta di ananas, pesca e limone. Similmente, alla Century of Progress World Exposition di Chicago del 1933, si serviva un tè freddo fatto con matcha, ghiaccio, acqua fredda e Zucchero, sempre accompagnato da tramezzini.
Questi esempi riflettono il cambiamento dei tempi: i rapporti politici tra Giappone e Stati Uniti si facevano più tesi, crescevano sentimenti anti-giapponesi, e, contemporaneamente, i tè neri britannici prodotti in India e Ceylon si affermavano sul mercato americano. Infatti, la promozione dei tè neri come prodotti più raffinati e controllati, insieme alla diffusione delle paure legate alle tinture, contribuì a orientare i consumi americani verso il tè nero. Trovo affascinante come trasformazioni politiche, economiche e sociali, globali e locali, abbiano inciso sulle abitudini di consumo di singole famiglie e singole persone.
Un ultimo esempio mostra quanto le relazioni internazionali possano influenzare le scelte individuali: a ridosso della Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra America e Giappone si facevano sempre più complessi, ed il Giappone cercava di rafforzare il consumo interno e di trovare nuovi mercati tra i suoi alleati. In questo contesto, il tè venne promosso in patria attraverso una narrazione salutista: il tè verde, in particolare il sencha, era presentato come ricchi di vitamina C, tanto che le foglie venivano date anche ai cavalli militari. Una leggenda a proposito narrava di un cavallo stanco e ferito dopo una battaglia che trovò un campo da tè e dopo averne mangiato le foglie, guarì. Gli studi promossi in quel periodo sul contenuto di vitamina C nel tè, pur non avendo presentato gli stessi risultati quando riprodotti negli Stati Uniti, ci raccontano degli sforzi e delle narrazioni intraprese dalla Japan Central Tea Association per preservare il consumo interno e diffonderlo all’estero.
Se il sencha è oggi un tè ampiamente consumato in Giappone, conclude Hellyer, lo si deve ai grandi sviluppi del mercato sia in Giappone che negli Stati Uniti. Dalla volontà dei leader del periodo Meiji di creare un’industria di esportazione capace di far crescere l’economia e offrire lavoro alla classe dei samurai in declino, al ruolo degli Stati Uniti come partner commerciale, fino al cambiamento dei gusti americani e il conseguente ritorno al mercato interno (p.198).
In “Green with Milk and Sugar”, storia familiare, nazionale ed internazionale si intrecciano per disegnare, con metodo storico e profondo studio delle fonti, un quadro ricco e articolato della storia sociale, politica ed economica del tè tra Stati Uniti e Giappone.





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